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IL TEI
Semplificare senza appiattire, senza perdere toni e sfumature: nella cucina e in molte altre cose.
È la ricerca della complessità minima, mai riduttiva, è il desiderio di un’efficienza sostenibile che non danneggi le singole parti di cui, a volte, si tiene poco conto.
Così tra i semplificatori radicali ed i complicatori professionisti passa un oceano in cui veleggiare.
E le relazioni tra le persone andrebbero vissute con un lei che non sia freddezza, disinteresse e con un tu che non sia mancanza di rispetto e di riguardo, appunto un tei.
Non una nuova forma linguistica, un tei nell’anima: per ricordarci che l’altro è una parte dell’io e del noi. Senza semplificare e senza complicare.
PENSARE E GUSTARE, QUALCHE NOTIZIA DIVERTENTE SUI FILOSOFI E LA CUCINA
Che cosa c’entra la filosofia con la cucina? C’entra eccome! Leggere equivale a mangiare, scrivere a cucinare. La cultura è intimamente legata al cibo e tra il nutrimento del corpo e quello dell’anima il confine è sottile, quasi inesistente. Basti pensare, senza essere banali, ad alcune espressioni di uso comune: noi abbiamo “fame di informazioni”, “sete di sapere”, “divoriamo un libro”, “facciamo indigestione di dati”, “digeriamo meglio certi concetti piuttosto che altri” e così via. Volendo approfondire l’argomento, l’uomo, a differenza degli animali che si nutrono, mangia e nell’azione del mangiare non si limita a consumare gli alimenti, ma li pensa. Cucinare poi significa preparare e ricomporre, in forme ordinate e secondo rituali precisi, le materie prime che compongono i cibi; grazie al fuoco i vari elementi si uniscono e si dividono, si assimilano o si separano tra loro. La cucina è un mondo molto rigoroso, dove le ricette sono le regole, le quali, dopo che sono state bene apprese, possono anche essere violate; e attraverso le ricette i piatti prendono forma, diventando universali e nello stesso tempo originali.
Diamo ora un’occhiata ad alcuni grandi filosofi, non però dal punto di vista del loro pensiero e delle loro opere, ma dal punto di vista dei loro gusti gastronomici. Platone era golosissimo di fichi secchi e di olive, dei quali si rimpinzava anche all’Accademia, tra una lezione e l’altra. I gusti culinari di Aristotele erano, invece, più raffinati dal momento che, pare, avesse una collezione molto ricca di pentole. Per quanto riguarda le prime prescrizioni dietetiche bisogna tornare indietro di un secolo rispetto all’età di Socrate e di Platone, fino a Pitagora, il quale per i seguaci della sua scuola aveva redatto una dieta vegetariana che prevedeva il consumo di verdure cotte e crude, sale, pane ed acqua pura vietando, nel contempo, il pesce, il cuore degli animali e le fave. Epicuro aveva un debole per il formaggio cotto in un pentolino mentre Diogene, senza volerlo, inventò il primo fast food della storia: lui e i suoi filosofi cinici, infatti, sostenevano la necessità di consumare cibi e bevande per strada e nelle piazze, senza preparazioni o cerimonie varie, nutrendosi di pane, che fungeva da piatto, con una manciata di lenticchie o lupini o fichi secchi o olive: una specie di sandwich dell’antichità. Di Carneade, quello su cui si interroga il buon don Abbondio nel romanzo del Manzoni, non conosciamo i gusti gastronomici, ma sappiamo che aveva l’abitudine di farsi imboccare da una schiava in quanto era talmente assorbito nei suoi pensieri che si dimenticava persino di mangiare. Passando ad epoche più vicine alla nostra, è nota la predilezione che Emanuele Kant aveva per la senape, che utilizzava largamente quando preparava i pranzetti per i suoi allievi prediletti e per il baccalà, del quale faceva molto volentieri il bis, anche se aveva lo stomaco pieno. Il vero debole di Kant era però il caffè: pur temendone gli effetti, ne gustava ben due tazze ogni mattino. A tavola il grande filosofo tedesco non parlava di “ragion pura”, né degli eventi storici del suo tempo, ma, con minuziosa precisione, di ricette e di pietanze. Il marchese di Condorcet, esponente dell’illuminismo d’oltralpe, aveva invece un rapporto molto difficile con la cucina e ciò gli fu fatale: ricercato dai rivoluzionari, si tradì. Nel corso della sua disperata fuga, infatti, si fermò affamatissimo in un’osteria, dove chiese che gli venisse preparata una specie di frittata con ben dodici uova: la richiesta, in un periodo di devastante crisi economica e di grave carestia, scandalizzò però l’oste il quale, indignato, lo consegnò subito ai sanculotti. Pochi giorni dopo, in carcere, Condorcet, deluso dalla piega violenta presa dalla Rivoluzione francese, si suicidò. Ci sarebbe poi molto da dire sull’amore di alcuni filosofi per il vino: Hegel amava il rosso e immancabilmente, ogni anno, ne stappava due bottiglie, una il 14 luglio ed una il 31 ottobre per commemorare, rispettivamente, la presa della Bastiglia e quindi l’inizio della Rivoluzione francese e l’avvio della Riforma protestante; Kierkegaard, religiosissimo pensatore danese dell’Ottocento, abbinava volentieri il pollo arrosto al vino; Ludwig Wittgenstein, filosofo viennese del Novecento, molto ascetico e dallo stile di vita monastico, mangiava, quasi esclusivamente, fiocchi d’avena. In ultimo vogliamo citare Ernst Cassirer, filosofo di certo meno noto rispetto a Kant ed Hegel, ma sulla cui totale inesperienza in fatto di cucina, esiste una storiella esilarante, che negli ambienti universitari tedeschi fa ancora sorridere: un giorno, essendo la moglie malata, entrò in cucina, accese il fornello, bruciacchiandosi subito i polpastrelli, rovistò, invano, tra le pentole facendole cadere fragorosamente sul pavimento e, dulcis in fundo, mise a scaldare una bottiglia di latte sul fuoco provocando un’assordante e disastrosa esplosione.
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